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A caccia di beccaccini

10 Febbraio 2012
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Quando il funambolico scolopacide emette il suo caratteristico verso, forse è già troppo tardi anche per prenderlo di mira.

Cacciatori e ausiliari devono essere più furbi di lui.Per cacciare il beccaccino, il principe dei volatori che popolano i paduli, occorre poter disporre di un cane da ferma. Insegnare al neo cacciatore come si cacciano i beccaccini è cosa che può essere accettata, pretendere di insegnano ad un cane adulto è assurdo, perciò diremo che cosa il cane non deve fare. L’ausiliare che, appena messo piede in terra si avventa nel falasco improvvisando corse cronometriche, deve essere subito riportato nella cuccia. Il cane che allunga, ma che mantiene la ferma fino al sopraggiungere del padrone, può anche essere tollerato.

Spesso, però, sono i beccaccini a non tenere la ferma, perciò il cane deve sempre rimanere nei paraggi del padrone. Il beccaccino può trovarsi ovunque, anche ai piedi del cacciatore stesso, se il cane non si è ancora portato in quella direzione. Esso ama intrattenersi nel “segato”, tra cui ricerca larve e vermi che vivono nelle zone acquitrinose. Quando è in pastura, è solito spostarsi tracciando percorsi a forma di ferro di cavallo. Per questo suo strano modo di procedere, il cane, molto spesso, rimane sconcertato dalle tracce confuse e ravvicinate tanto da anticiparle. In questo caso il beccaccino può spiccare il volo alle sue spalle, prendendo in contropiede lo stesso cacciatore che nel frattempo ha seguito l’evolversi della situazione.
Durante la cerca sono inutili i vari “toh”, “qui”, “vai là” e così via: se lo abbiamo addestrato a compiere certe operazioni, che fino ad ieri hanno dato risultati soddisfacenti, non occorre, ogni volta, salire in cattedra, ma bisogna lasciargli fare il suo mestiere, badando, noi, di fare il nostro quando è il momento di sparare. Quando il cane è fermo, è compito del cacciatore scegliere la posizione ideale. Non dimentichiamo che il beccaccino ha, momentaneamente, una chance in più nei nostri confronti: la sorpresa. A cane puntato non è ammesso distrarsi, ma neppure rimanere rigidi e impietriti con le mani incollate sul fucile: chi prenderà il volo è un uccello, non un leone. Per quanto, in certi casi e con i “loggioni” che a distanza assistono sempre alla scena, si può affermare che lasci più il segno la padella ad un beccaccino che la zampata di un leone.
Il tiro al funambolico scolopacide mette a dura prova anche il tiratore più provetto. Infatti, esso può levarsi, silenzioso, procedendo linearmente a forte velocità. Oppure, più frequentemente, si alza emettendo il classico “bacio” e, zigzagando a poche decine di centimetri dal suolo, in pochi secondi si porta nell’alto del cielo, prima ancora che il cacciatore abbia avuto modo di prendere la mira. Solo nel primo caso si ha la possibilità di sparare di stoccata, oppure lasciare che il selvatico si distenda. Ma non sempre esso si comporta così, perciò le “magre” figure sono all’ordine del giorno. Incontrare i beccaccini “croccoloni”,  oggi quasi scomparsi dalla scena venatoria è sempre stato il sogno di tutti. Sono più grossi dei comuni beccaccini, e per il loro volo uniforme e lineare ci ricordano la beccaccia. Anche il “frullino”, parente più piccolo dei tre soggetti, ha un volo dritto, nonostante il nome che porta, e non presenta grandi difficoltà nel tiro, per quanto, in certi casi, possa indurre lo stoccatore a compiere inaspettati anticipi. Questo piccolo scolopacide dimostra un’astuzia inaudita, raramente riscontrabile nei selvatici. Dopo una fucilata andata a vuoto, si lascia cadere nel falasco come se fosse stato ferito, inducendo il cacciatore inesperto ad insistere in un’inutile ricerca nel luogo in cui è caduto. In realtà, quando questi frullini si ributtano a terra perpendicolarmente al terreno, è difficilissimo farli rialzare. Si rannicchiano sotto l’erba e non si muovono più, non rilasciando, quindi, quella passata che consente al cane di percepirne le tracce.
Per cacciare i beccaccini si può usare il classico sovrapposto, oppure il semiautomatico con canna di cm 68-70 di lunghezza. Le cartucce più indicate sono quelle caricate con piombo n. 10, 9, 8 in successione. La mattina è terminata, si nota dai capanni circostanti ormai vuoti. Il cacciatore, camminando a fatica negli acquitrini che ad ogni passo risucchiano le suole degli stivaloni, torna alla barca. Il cane, stanco ed esentato dal suo compito di cercatore, rimane attratto da quelle due cannaiole che bisticciano sulla cresta di una cannella. Sulla barca ognuno riprende il proprio posto. Il cane, sulla punta, è già in fase di pulizie personali. Mentre il cacciatore sta per togliersi gli stivali, l’improvviso “bacio” di un beccaccino, che da pochi passi si leva portandosi alto nel cielo, conferma, ancora una volta, che sulla scena palustre non c’è mai un copione: si recita a soggetto, anzi, a sorpresa.

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